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May 24

Volteggiano, di vita avide, rapaci ali lacerate. Occhi umidi guardano indietro la pioggia di perdute memorie. Mani stringono la solita, inerte sabbia sfuggente che le vuota. Mente, urlante silenziose maledizioni, avvizzisce avvelenata dal vacuo. Stanche, gambe percorrono impervi sentieri di scivolosa salita. Lo stomaco si stringe in indigesti crampi di dolorosa consapevolezza. Perdurano nelle orecchie muti echi di tragedie non consumate. Narici annusano sapore di sangue rappreso su cicatrici mai richiuse. Spezza la schiena il peso di mille vite, vissute come fossero nessuna. Agonizza un cuore stremato da amorevoli stilettate di viscidi abbracci. Polmoni scoppiano, persi nell'immane sforzo di riempirsi del vuoto. E artigli abbrancano fantasmi residui di frustrante vanità ed ambizioni annegate.
Sangue Immobile Gela In Languide Livide Arterie
Livorose Accettano
Vene Imputridite Tremano Astinenti
Scorrono i pensieri, in file ordinate. Folle applaudono in silenzio, immobili, questa parata di liscia nullità.

[Wanderer 24/05/2009, 00:05] March 10
Abbracciami
mentre respiro le ultime boccate di un mondo che non volevo lasciare.
Tienimi la mano
quando il calore mi abbandona, e finalmente vedo.
Guardami
mentre scivolo, lentamente, lungo le rapide che conducono al nulla.
E' ora.
Addio, dolce Lilly. :*
[Wanderer 11/03/2009, 10:42]
March 04
Arrivi in punta di piedi, ogni volta. Gentilmente sfiori, con tocco di ali leggere, punte di dita stanche che anelano a pace da tempo negata. Aliti piano un soffio di ruvido freddo che scalda per l'ultima volta cuori in attesa. E segni percorsi che sono giunti al termine, ponendo decise transenne ad un incedere ormai fuori tempo.
Ascolti preghiere annuendo, poi trai da indelebili affanni anime incerte. E, delicata, poni boccioli di rose nere su cicatrici insultate dal tempo. Sempre in ascolto, mai distratta, baci bocche a cui togli i respiri, e riempi polmoni di vuoto sabbioso perchè spenga alla fine tardivi sussulti.
Accarezzi il mio volto, e fredde sento le tue mani percorrere i miei occhi ciechi, spenti ormai, chiusi al mondo e al suo dolore. Ti imploro, chiedendo soltanto un soffio di consapevolezza: solo un bagliore, che mostri ai miei passi insicuri il cammino che mi porterà via dal dove.
Materna mi stringi in un ossuto abbraccio, e sento il tuo glaciale tepore rinfrancare le mie tormentate carni.
Mi volto per l'ultima volta, osservando, senza vedere, ciò che non rimpiangerò. Poi mi prendi per mano, in silenzio. E si va.
[Wanderer 04/03/2009, 01:27]
January 31
C'è qualcosa nella Notte, qualcosa che mi assorbe. Mi trattiene: morbide labbra e guance di velluto che si strusciano sul mio collo, tentandomi. Una voce sensuale che all'orecchio mi sussurra “Aspetta, non andare. Ancora cinque minuti qui con me, ancora un’ora, ancora una vita”.
Tentazioni sfuggenti che strappano il sonno dagli occhi, e tengono in piedi membra sfinite con l’energia del dolore. Un dolore lontano ma così presente, ricordo di brina su vetri incrinati.
E’ qualcosa che ti toglie il fiato anche se ormai il fiato non l’hai più da tempo, un brivido consueto che fa stridere unghie di rasoio su nere lavagne di memorie. Nere, come quelle braccia che morbide ti avvolgono. E la voce sussurra ancora: “Non andare”.
Lancette spingono a cedere, ma il buio dall’altro lato ti tira per un braccio, e ancora costringe i tuoi neuroni ad elaborare senza tregua, dimentichi della devastata stanchezza nei loro elettrici impulsi apparentemente spenti ma mai paghi.
E quelle tanto, troppo spesso ostentate velleità vampiriche, quell’amore per l’abbraccio della Luna, vorresti non fossero più soltanto stupide, quasi ridicole parole.
Vorresti aprire una finestra, guardare giù e poi lanciarti avanti, sorretto da magnifiche ali di buio setoso. Volare, superbo, su letti sopiti, su storie altrui placate dal sonno, e su insonni incubi coscienti di chi invece nella notte ritrova tutte le sue angosce. Vorresti volare su tutto, immemore di una vita inutile e priva di senso.
Vorresti sbattere quelle immense ali assaporando il pungente rasoio dell’aria che gela di stelle offuscate, innalzarti a quote dove solo la Fantasia domina signora, e da lì precipitare, in una vite infinita, quasi a schiantare le tue indolenzite ossa sulla nuda terra.
E solo alla fine, in una scarica di metallica adrenalina, riprendere possesso del moto, e risalire ancora: Potente, Intoccabile, Invincibile.
Scuoti la testa, e sei lì, sempre seduto al tuo tavolo. La vita intorno è quella di sempre, solo un po’ più ovattata.
Ma domani sarà uguale a ieri, e non ci saranno oscure braccia a portarti via da tutto questo, non ci saranno ali a sollevarti al di sopra dell’infame apatia.
E forse è ora del sonno, è ora di abbandonarsi a quell’altro mondo che almeno per qualche ora consolerà le tue voglie di “diverso”.
E anche i Vampiri, come ogni volta, torneranno a volare da un’altra parte. Ma non lì. Non lì.
[Wanderer 31/01/2009, 03:38] October 29
Buio.
Il buio ci accompagna per buona parte della nostra vita. Quando dormiamo, quando chiudiamo gli occhi per far riposare la nostra vista dal mondo che ci circonda, quando penetriamo in luoghi dove la luce non riesce a farsi strada… Il buio spesso è anche dentro di noi: nei momenti tristi, quando tutto sembra crollarci intorno, e non si scorgono appigli a cui sostenersi. Ma siamo abituati a conviverci, perché sappiamo che è solo una condizione temporanea, che sia un rilassante abbraccio o una soffocante angoscia. Sappiamo che quelle tenebre prima o poi saranno squarciate da lingue di vivace fiamma cromatica, lasciandoci liberi di assaporare il mondo in tutte le sue più minime sfumature visive. Questo è ciò che è normalmente, ma non sempre…
Mutazione.
Tutto iniziò quasi in sordina. Impercettibilmente, i contorni delle cose presero a sfumarsi. Ogni cosa assumeva pian piano un’apparente evanescenza, dapprima così leggera che quasi l’occhio non se ne rendeva neanche conto. Anzi, a suo modo quella nuova forma di visione era un buon modo di mediare l’approccio con le infinite brutture del mondo circostante. Successivamente, il mondo intorno a me divenne meno luminoso, passando, giorno dopo giorno, dalla velata apparenza di un giorno di nuvole all’inquietante forma crepuscolare di una notte incombente. Le ombre iniziarono lentamente a sovrapporsi alle forme, prendendone, un istante dopo l’altro, malevolo possesso. I luoghi un tempo familiari divennero estranei al visitarli: ogni strada, percorsa e ripercorsa fino a quel momento senza difficoltà alcuna (avrei potuto fare quei percorsi ad occhi chiusi, potrei dire con uno stupido gioco di parole), prese ad essere fonte di inquieta incertezza, mentre ero costretta ad osservare, passo lento dopo passo lento, ogni etereo rimasuglio di quei riferimenti che fino a non molto tempo prima il cervello dava per scontati. Improvvisamente, realizzai un giorno che le notti sembravano infinitamente più lunghe dei giorni. E me ne accorsi contemporaneamente al rendermi conto che i miei occhi bruciavano e lacrimavano ormai perennemente, cosa che contribuiva ad opacizzare quei già fin troppo vaghi brandelli di realtà visuale che mi erano rimasti.
Distacco.
Quel giorno arrivò. Dopo l’ennesima, lunghissima notte passata a dormire inquietamente, aprii gli occhi, e un ancestrale terrore mi pervase. Sbattei le palpebre. Una, due, tante volte. Ma nulla cambiava. Intorno a me solo ombre, chiazze di fievole luminosità in un mondo di totale tenebra. Provai a fare qualche passo, ma inciampai più volte, sbattendo ripetutamente in sporgenze che sembravano esser state distribuite a caso intorno a me, e che sicuramente prima non c’erano mai state, o quanto meno avevano avuto una pregnanza notevolmente inferiore nel delimitare con così tanta cattiveria i miei spazi di movimento. Mi bloccai, rannicchiandomi, e un tremito iniziò a percorrere il mio intero corpo: terrore, puro e viscerale, misto ad una sensazione di impotente fragilità che paralizzò del tutto ciò che rimaneva dei miei sensi. Non so quanto durò quel mio stato quasi catalettico. So solo che mi risvegliai di colpo dal torpore con una fredda quanto tagliente consapevolezza: non potevo cedere al panico, avrei dovuto trovare una maniera di arrangiarmi nell’orientamento, pena la definitiva e rapida estinzione della mia fin troppo breve vita.
Apprendimento.
E così fu. Imparai a ripercorrere quegli spazi ormai estranei servendomi di tutte le mie residue percezioni sensoriali, pian piano riuscendo – non senza immensa difficoltà – a ripadroneggiare almeno un minimo l’ambiente intorno a me. Certo, non era più nemmeno pensabile l’agilità con cui un tempo affrontavo tortuosi percorsi, né l’incosciente velocità nel correre sfiorando spigoli che sapevo per certo di poter facilmente ed istintivamente evitare. Non c’era più l’eleganza dei miei movimenti, quella sinuosità flessuosa che mi rendeva padrona del mondo circostante. Ma le cose erano cambiate, e con esse doveva mutare anche il mio modo di rapportarmici. L'obiettivo più importante adesso era sopravvivere, e andare avanti. A qualunque costo.
Svolta.
Le cose della vita non sono mai semplici da affrontare, e questo è ben noto. Ma è altrettanto noto che gli eventi spesso si incatenano in un beffardo crescendo, quasi possedendo la fredda, crudele nonché sadica determinazione a volerci complicare l’esistenza nella maniera più irreparabile possibile. Presa praticamente del tutto dai problemi derivanti dal mio nuovo, spiacevole stato di galleggiamento in quel denso buio, il mio cervello non aveva registrato delle altre mutazioni, anche se sarebbe meglio definirle degenerazioni, dello status dei miei sensi residui. Ma dovetti ben presto rendermene conto, anche se inizio a pensare che il mio non accorgermi di certi cambiamenti in fondo piuttosto evidenti era probabilmente frutto di un pietoso processo di rimozione attuato dal mio cervello a parziale salvaguardia della mia salute mentale.. In occasione dell’ennesimo trauma ambientale a cui oramai quasi mi stavo abituando, mi toccò accorgermi che gli occhi non erano il mio unico organo andato a male. Avevo sì notato – molto marginalmente – che il mondo intorno sembrava essere divenuto molto meno rumoroso. Anzi, coi giorni che passavano, l’aggettivo più adatto variò da “ovattato” a “silenzioso”. E capii: un’altra delle mie fonti di sopravvivenza logistica mi aveva pian piano abbandonato, senza far rumore (si sarà capito che mi piacciono masochisticamente i giochi di parole stupidi, immagino). L’udito, un tempo mio assoluto vanto per la sua quasi incredibile capacità di percepire ogni più fievole sibilo, di notare una foglia spostata dal vento a decine di metri da me, di ascoltare il sommesso respiro di un possibile nemico anche se si trovava in ambienti parecchio distanti da quello dove permanevo, proprio quell’udito che tante volte nella mia vita era stato di vitale importanza per affrontare situazioni altrimenti piuttosto deleterie… beh, come dire? Se n’era andato anche lui in vacanza definitiva. Restava solo una sorta di sordo sibilo, un rumore di fondo costante e fastidioso dentro cui galleggiavano residui sempre più flebili di onde sonore vaganti. E sapevo, nel mio straziato cuore, che anche di quelle onde ben presto ci sarebbe stato solo un vago ricordo, e null’altro.
Consapevolezza.
La consapevolezza è una delle cose più crudeli che la mente umana abbia mai potuto partorire. Ti toglie il fiato, mettendoti con le spalle al muro, e mostrandoti che di fronte a te non esistono più scappatoie di alcun tipo, nessuna via di fuga, neanche minima. Lo sai, e basta. E poco importa quanto tu possa disperarti, piangere, strapparti la pelle di dosso. La realtà resta lì, putridamente immutabile, e ti osserva con un ghigno beffardo, quasi a rivolgerti la fatidica domanda: “E adesso?”. E quella consapevolezza mi colpì, un giorno, come un maglio in pieno stomaco. “E’ finita.”, pensai. “Il mio tempo è giunto, come è naturale che sia.” E, come è altrettanto naturale, non riuscii ad accettarlo. Piansi. A lungo, e silenziosamente Rimasi immobile nel mio mondo di tenebra per un bel pezzo, senza trovare la forza di affrontare il tempo residuo che mi restava. Ma i bisogni fondamentali di ogni essere vivente ebbero la meglio, costringendomi a muovermi dal buco che profondo avevo scavato in quell’oscurità, pretendendo prepotenti che io li soddisfacessi. E allora affrontai quel mondo fatto di vuoto, di tenebra e di silenzio, pieno di nuove ed ineludibili insidie. Mi affidai all’istinto, e a ciò che rimaneva della mia forza vitale. Mi alzai, e presi a percorrere, giorno dopo giorno, le strade che mi avrebbero portato, sorretta da gambe incerte, alle mie destinazioni di sempre. Vagai timorosa, spesso sbagliando percorso, spesso fermandomi nel bel mezzo della mia strada senza essere in grado di emettere suono alcuno. Ma ancor più spesso esplodendo in un grido accorato, doloroso: una straziante richiesta di aiuto, in cerca di qualcuno che potesse coglierla. E fu così che affrontai il mio ultimo tempo…
Epilogo.
Le lacrime percorrono calde le mie guance, mentre ripenso in silenzio a quanto sia stato doloroso rendermi conto pienamente della situazione. Nel corso dei giorni, avvisaglie sempre più chiare avrebbero dovuto farmi accorgere di quanto stava già accadendo da tempo. Ma si sa, andiamo sempre di corsa, presi da mille pensieri, inseguiti dal tentativo di soddisfare almeno un minimo le nostre necessità più o meno impellenti, più o meno fondamentali, più o meno reali. E quindi il nostro cervello spesso mette inconsciamente da parte certi input sgradevoli, benchè importanti, attendendo momenti più opportuni per farvi fronte. Ma certe volte sbattiamo così forte contro le cose che diventa impossibile proseguire il nostro percorso fingendo che sia tutto a posto, come se nulla fosse.
Già da qualche giorno qualcosa mi si muoveva nello stomaco, chiedendo con insistenza che dessi voce a quelle sensazioni. Ci avevo provato a mettere a tacere le fitte di dolore che mi trapassavano i pensieri, e sembravo esserci riuscito. Ma ieri notte no, non fu più possibile. Stavo procedendo lungo il corridoio in forte penombra, quando colpii qualcosa col piede. Qualcosa di morbido, poco reattivo ma non inerte. Mi avvicinai all’interruttore e accesi la luce. Era lei. Era ferma, immobile al centro del corridoio, paralizzata dal totale disorientamento sensoriale. Una morsa mi serrò il cuore. La sollevai da terra. Un gemito stridulo salutò questa mia azione, un suono che sembrava un misto tra paura per l’improvviso contatto, fastidio per aver contribuito allo spaesamento, ma anche quasi un grazie soffocato perché mi stavo prendendo cura di lei. La portai nella camera dove era solita dormire, e l’aiutai ad accomodarsi sul letto. Lei esitò un istante, con quell’aspetto del tutto sperduto che ormai possedeva da tanto. Probabilmente stava cercando di orientarsi, visto che “qualcosa” l’aveva improvvisamente spostata da un luogo sconosciuto ad un altro altrettanto sconosciuto, almeno per i suoi sensi ottenebrati. Poi sembrò capire. Emise un ultimo gemito leggero, e si accoccolò sul letto, prendendo sonno. La osservai per qualche minuto, soffrendo silenziosamente per ciò di cui mi ero appena reso conto. Le diedi un’ultima, affettuosa carezza, poi la lasciai tranquilla al suo incerto riposo, e tornai in camera. Sapevo, anche se non volevo pensarlo, che quelli sarebbero stati gli ultimi giorni. Fui sollevato, da un canto, pensando che avrebbe finalmente smesso di soffrire. Ma pensai a quanto mi sarebbe mancata, e piansi. Piansi, come sto piangendo adesso. E decisi che dovevo ricordarla, per lungo tempo, in maniera adeguata al mio affetto per lei. Ed è per questo che sono qui adesso a scrivere. E le mie lacrime riscalderanno le mie parole. Per lei.
Dedicato a Lilly, la mia dolcissima gattina. Possa tu, quando sarà il momento, ritrovarti felice in un mondo migliore. Dove – spero – ti ricorderai di me. Tu nel mio cuore ci resterai. Per sempre.
[Wanderer 28/10/2008 22:26]
August 06
Sogno di notti tormentose che mordono dentro allo stomaco. Voci mi sussurano all'orecchio segreti che non voglio conoscere. Ricordi lenti sbiadiscono in silenzio su vuote strade di solitudini trascorse. Persone danzano in cerchio mordendosi l'un l'altra ansiose mani gelate. Freddo dentro al cuore in cui galleggia un aquilone trasparente. Ritmo insensato di parole che fluiscono tra unghie spezzate. Pace ambiziosa e sconvolta, a bruciare stomaci colabrodo. Viaggio tra paranoiche visioni di realtà infrante urlando al cielo. Sonno annebbia pensieri già ciechi di voglia, legati dal vuoto. Occhi pesanti stringono a sè bagliori di irraggiungibile altrove.
Come al solito ti chiedi perchè sei qui, mentre gli occhi si chiudono, insistendo a scrivere i soliti vecchi deliri privi di senso apparente. Il solito gioco di parole che si rincorrono ti balla nella mente, e prepotente costringe le tue solite dita a seguirlo. Fissi davanti a te ciò che non vedi, guardi dietro di te ciò che non hai. E il qui e l'ora è ciò che è, è ciò che deve essere. Il resto poco conta, son solo mattoni. Mattoni che qualcuno o qualcosa prima o poi farà sì che vadano a posto. Forse. O forse no.
[Wanderer 06/08/2008, 04:25]
July 07
La bestia dimora in me, e attende. Pavido avvoltoio, strazia dall'interno le mie carni, e banchetta con le mie viscere sanguinolente. Osserva con occhi torvi attraverso i miei, scruta le stagioni che scivolano via. Irrefrenabili tremiti ne scuotono le membra. Colmi di rancori soffusi e timori incontrollabili, i suoi pensieri si sovrappongono al mio sentire, mutuandone e mutandone l'approccio alla materiale realtà. Lei viaggia su lame di rasoio nei corridoi più oscuri della mia mente: barcollante, immonda creatura fatta di viscida empietà. I suoi tentacoli soffocano il mio cuore e ne penetrano le cavità, riempiendole di freddo panico. E ascolta, incessante, ogni respiro spezzato, ogni soffocato lamento. Mi bacia sull'anima spezzata, penetrandola in profondità con la sua fetida lingua tagliente. Paralizzando ogni velleità, accarezza lenta, materna, il mio cranio scoperchiato, mettendo a nudo neuroni appassiti. Spegne visioni di luce, sostituendone con tenebra lo sfondo. Raschia le urla dalla gola asciutta, togliendo loro ogni residua forza. Si ritrae, nervosa, quando altri cuori incontrano il mio, attendendo paziente che essi si allontanino ancora, inconsapevoli. E riprende forza nel buio della notte, quando i ripidi sentieri della paura riinizio a percorrere affaticato. La besta è lì, in agguato. Immobile scruta il domani, mentre affonda gli artigli nell'oggi inerme e strappa da esso brandelli di un ieri sanguinante. La bestia è in me, è ME. E attende.
[Wanderer 07/07/208, 18:20]

June 29
Sabbia è tutto quello che ti scorre tra le dita di un pugno stretto disperatamente, mentre cerchi di stringere al cuore quel che resta di passati lontani.
Sabbia ti esplode negli occhi, portata da un vento crudele che si diverte a rincorrerti, seppellendo ogni tua respirante velleità.
Sabbia è l'infida base su cui costruisci ogni volta incerte fondamenta di desideri e ambizioni, di amori e amicizie, di fasti e cadute.
Sabbia ambigua scorre con lento fluire, dentro fredde clessidre che marcano momenti sempre uguali, eppure tutti così diversi nella loro insignificante anonimità.
Sabbia nasconde alla vista patetici residui di glorie perdute, tristi rovine di immense civiltà un tempo maestose, eppure così caduche di fronte al tempo che impietoso le divora.
Sabbia ti fa da materno cuscino riscaldando membra indolenzite, sotto soli indifferenti che ardono la pelle e ti divorano quell'anima urlante.
Sabbia inghiotte indifferente ogni tentativo di dibattersi, lentamente lasciando che sprofondino corpi disperati mentre urlano al cielo il loro ignoto terrore.
Sabbia riempie e brucia i tuoi polmoni, mentre inghiotti l'amaro e soffocante gusto della vita, e senti stridere sotto i denti i suoi taglienti brandelli.
Sabbia accoglie i tuoi passi e offre loro amorevole forma, per poi cancellarne ogni traccia appena volti lo sguardo, lasciandoti sperduto in un assurdo vuoto senza confini.
Sabbia è questo che siamo, è questo che abbiamo. Solo castelli impalpabili, che un soffio di vento butta giù non appena li completiamo. Lei scivola, lenta, e non ci guarda andar via.
[Wanderer 29/06/2008, 00:01]

June 24
Cosa ne sai di spenti occhi che urlano la disperazione verso un cielo rovente?
Cosa ne sai di braccia che si affannano a stringere un vuoto che devasta le viscere?
Cosa ne sai di secche lingue mute che recitano frasi senza senso?
Cosa ne sai di un'amara solitudine che ti riempie l'anima fino a soffocarti?
Cosa ne sai di cuori in frantumi passati al tritacarne dell'assenza?
Cosa ne sai di cupi deserti attraversati da strade di abbandono?
Cosa ne sai dell'amica pazzia e dell'amore di cui essa può riempirti?
Cosa ne sai dell'ipocrita morte e della pace che pretende di racchiudere?
Cosa ne sai di tutto questo odio e di un infinito guardarsi indietro?
Cosa ne sai di un futuro che si spense e della polvere che pietosa lo nascose?
[Wanderer 24/06/2008, 12:21]
May 26

... ha da tempo scordato il significato della parola DISCERNIMENTO.
A chi crede che "a me non può capitare", e non muove un dito se le bombe non cadono nel suo orticello personale.
A chi, nel continuo sforzo di apparire "sanza 'nfamia", scorda regolarmente che tale sforzo finisce troppo spesso per farti inevitabilmente divenire "sanza lodo".
A chi crede che MENEFREGHISMO e IPOCRISIA siano sinonimi di TOLLERANZA, e ha fatto del laissez-faire la sua bandiera a vita.
A chi... beh... ce ne son tanti, al Mondo, a cui può essere dedicato.
Ringrazino il Sommo Poeta, perchè almeno LUI di loro ha avuto cura e memoria.
[Wanderer, 25/08/2008, 20:39]
Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l'aere sanza stelle, per ch'io al cominciar ne lagrimai.
Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d'ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle
facevano un tumulto, il qual s'aggira sempre in quell'aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira.
E io ch'avea d'error la testa cinta, dissi: "Maestro, che è quel ch'i' odo? e che gent'è che par nel duol sì vinta?".
Ed elli a me: "Questo misero modo tegnon l'anime triste di coloro che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro de li angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Caccianli i ciel per non esser men belli, né lo profondo inferno li riceve, ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli".
E io: "Maestro, che è tanto greve a lor che lamentar li fa sì forte?". Rispuose: "Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte, e la lor cieca vita è tanto bassa, che 'nvidïosi son d'ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa".
[Dante, Divina Commedia, Canto III]
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